Quanto è bello vivere in gruppo!
La nostra specie non può farne a meno, tanto che se si è isolati si perde molto in fretta il contatto con la realtà, e si finisce, presto o tardi, per impazzire.

Vero, esistono eccezioni in questo come in tutte le cose, ma per oltre il 99% di noi vivere in isolamento è una condanna terribile.

Eppure, anche il gruppo ha i suoi limiti. Non possiamo cioè includere ogni essere umano esistente nella nostra cerchia ideale, tutti abbiamo simpatie e antipatie. E limiti.

Anche se sarebbe bello vivere come formiche, senza problemi di spazio e di relazioni con gli altri umani, il nostro cervello è quello di un vertebrato, e come tale è predisposto per un certo numero di consimili ammessi.
Diciamo che è un pò come se avessimo un’aula nella testa, con un determinato numero di posti a sedere.

Per alcuni sarà un’aula più grande, per altri più piccola, ma rimane comunque entro un range stabilito.

Per gli esseri umani, questo numero corrisponde a circa 100 individui, più o meno.

Oltre questo numero, si crea una nuova cerchia, cioè “conoscenti”, persone che possiamo ammettere nel nostro mondo ma con cui non siamo particolarmente legati. Anche questo numero però è limitato, come quello degli amici/parenti, e si aggira a circa il doppio degli individui. Sta a dire che se 100 sono gli amici/parenti, 200 sono i conoscenti.

Oltre questi, ci sono i conviviali, quelli che occupano, nostro malgrado, un territorio in comune. La relazione con questi è molto particolare.

Per natura, abbiamo sempre un doppio istinto: avvicinarci agli altri umani e allo stesso tempo tenersene alla larga. I nostri comportamenti vanno sempre nelle due direzioni.
Quindi ad esempio sorridiamo quando incontriamo uno sconosciuto (indichiamo per istinto “voglio esserti amico”) ma evitiamo un contatto troppo ravvicinato (“non so chi sei, stammi alla larga!”).
Questo è connaturato in tutti noi, non esiste nessuno che sia amico di tutti o che non voglia alcun contatto con nessuno.

I limiti preimpostati nel nostro cervello però cozzano con la nostra società. Il che è interessante, dato che nessuno può modificare il cervello umano ma tutti potremmo modificare la società. Ma preferiamo, come è caratteristica umana, complicare ciò che è semplice, quindi chi se ne frega dell’istinto e si va a vivere tutti insieme appassionatamente!

Purtroppo il nostro cervello non sa e non capisce che vivere in 5-6 milioni nello stesso luogo è utile all’economia, alla cultura, all’arte, alla scienza, alla tecnologia. Sa al contrario che sono un numero esorbitante di potenziali nemici.

Vi è mai capitato di sentire uno sguardo addosso? Di avere la sensazione – di solito spiacevole – di sentirvi osservati?

Non si tratta di superpoteri ma di adattamenti pagati con decine di migliaia di anni di evoluzione. Lo sguardo altrui è per noi un potentissimo “attivante” emotivo. Nessuno può restare impassibile se sa di essere osservato, quindi è istintivo cercare la cosiddetta privacy, uno spazio dove si è sicuri che nessuno ci stia guardando.

Com’è intuibile, più siamo più è difficile trovare il suddetto spazio, e questo porta ad una situazione di crescente stress.

Il dottor Bornstein nel 1976 dimostrò questa cosa in un modo molto interessante: cronometrò cioè il passo degli abitanti in diverse città, facendo una scoperta inaspettata. Più la città è grande, più si cammina in fretta!

Questo non era dovuto, però, alla fretta di arrivare in un luogo. Il passo di un abitante di New York è semplicemente più rapido di uno di Milano, come quello di un milanese è più spedito di uno di un paesello.
61 città
Cercando una spiegazione, Bornstein cercò di interrogare i passanti, e giunse alla conclusione che a nessuno piace sentirsi osservato, ma in una folla questo è del tutto inevitabile.

E qui scatta un fenomeno tipico degli animali di branco: l’unione fa la forza. Se cioè abbiamo un motivo impellente per fare gruppo, va tutto bene (per esempio combattere un nemico), ma in altri casi sentirsi “parte del tutto” è molto spiacevole.

Il risultato calcolato dal buon dottore è che più la città è grossa più lo stress percepito dalle “occhiate” altrui è alto, quindi vivere in città grandi è di per sé stressante anche se si sta solo facendo la spesa.

Proprio bella la vita di gruppo no?

Antonio Meridda

laureato in scienze naturali, specializzato in etologia. Interessato al comportamento e alle relazioni degli animali di gruppo, ha applicato agli esseri umani le teorie scientifiche.

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