Una domanda molto importante a cui gli esseri umani, da animali passionali quali sono, hanno dato le più disparate motivazioni.

Spesso, essendo fortemente antropocentrici, la soluzione è data da un misto di narcisismo ed egoismo, condito con una spruzzata di istinto e un pizzico di conflitto genitoriale.
La realtà, come sempre, andrebbe ricercata un pò più in là.

Come già detto, gli esseri umani sono molto antropocentrici, quindi riferiscono l’intero universo ai propri moti interiori.

download (1)Chi crede nell’astrologia, chi nell’universo intero come predisposto per la morale umana e così via.
Con un cervello simile è facile, per qualcuno, immaginare che l’amore sia una spinta esclusivamente umana e che, se anche gli altri animali possono provare un pallido riflesso di altri sentimenti come paura e rabbia, è molto difficile per non dire impossibile che provino amore.

Inutile dire che così non è.
Il problema forse è la categoria “animali” con cui, gli arroganti umani, classificano tutto ciò diverso da loro, mettendo in un unico calderone mosche, salmoni, elefanti, cani e millepiedi.

Non ci vuole molto a capire che un cervello complesso come quello di uno scimpanzé non può essere assimilato ad esempio a un moscerino, con tutto il rispetto per quest’ultimo.

Potremmo quindi pensare che gli scimpanzé, essendo a noi più simili, provino “meglio” i sentimenti come l’amore rispetto a un ratto.

Ma la complessità del cervello, a differenza di quanto noi possiamo mai pensare, non è in questo caso la risposta.
Difficile a crederlo per noi, dato che tutto, ripetiamo, si muove in funzione di quest’organo.

L’intensità dei sentimenti, caso mai, dovrebbe essere invertita rispetto alle dimensioni cerebrali, dato che un grosso cervello ha altre funzioni oltre agli istinti.

Per nostra arroganza – sì, va ribadito – dividiamo i sentimenti in due parti: nobili, come l’amore e la compassione, e ignobili come la rabbia e la cattiveria.

Noi siamo ricettacoli (ovviamente) di quelli nobili, mentre gli altri animali (non a caso detti “bestie”) di quelli ignobili.

Anche qui le cose non vanno per niente così.
I sentimenti “nobili” non hanno infatti la stessa origine, né come evoluzione né come zona del cervello, proprio perché le loro funzioni sono diverse.

Concentriamoci quindi sull’amore: cosa lo origina? Quali creature lo condividono con noi? Come lo classifichiamo?

Prima di tutto dobbiamo quindi distinguere di quale amore si parla qui.
Si intende quello vero, quello per così dire immortale, cioè quello che lega i figli ai genitori e viceversa.

Possiamo infatti notare questo strano fenomeno: gli animali che allevano i propri figli provano qualcosa di simile a quello che noi definiamo “amore”.
Non si tratta dello stesso identico sentimento, ma questo non per complessità del cervello quanto per funzionalità.

Chi ha un cane sa bene che quest’animale è disposto a tutto per il proprietario, e lo “ama” in modo incondizionato, tanto che il sentimento che prova non ricade facilmente in quello che definiamo amore ma sconfina nettamente.

Chi ha un gatto invece considera questo animale molto più freddo e distaccato, quando invece è proprio quest’ultimo a provare una forma di amore molto simile alla nostra.
Noi quando amiamo qualcuno non pendiamo dalle sue labbra, al contrario abbiamo momenti belli e meno belli. Così è il rapporto con il gatto.

Il cane non ama come noi ma, come già detto, in modo molto diverso, al punto da morire se il proprietario muore, cosa che non capita se viceversa.

Cosa accomuna queste due creature?
Proprio l’allevamento.
Gli animali capaci di amare sono quelli in cui tale sentimento ha un senso, ovvero in chi si deve preoccupare per la propria discendenza al punto da occuparsi di lei, in certi casi fino a morire per essa.

Qui occorre un’altra differenziazione etologica.
Gli animali si riproducono secondo due modalità, molto diverse: semelpari e iteropari.
I semelpari si riproducono una sola volta nella vita, e in questo modo usano tutte le proprie forze per completare tale compito.

Muoiono cioè senza vedere i propri discendenti. I molluschi, molti insetti, diversi aracnidi, la maggior parte dei policheti e dei platelminti, cioè il 97% degli animali ma tutti di dimensioni inferiori al metro o che abitano gli abissi, seguono questo schema.
Anche molti pesci come i salmoni e le anguille fanno così: depongono tantissime uova ma muoiono nello sforzo o a causa di esso.

Nessuno di questi animali, secondo il nostro concetto, prova amore, anche se si sacrifica per le proprie uova. Nel caso della piovra ad esempio, la femmina rimane di guardia ad esse fino a morire di fame.

Gli iteropari invece, come noi, non muoiono alla nascita dei figli, anzi sono necessari al loro sviluppo, perché li proteggono e/o li nutrono. Questi animali dovrebbero quindi provare il concetto di amore.
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Difficile fare distinzioni nette anche qui, in quanto tra essi figurano anche coccodrilli, ratti e orsi, i cui maschi uccidono senza troppi problemi i piccoli, talvolta anche i propri.

Qui è bene mettere alcuni punti in evidenza, infatti il concetto di amore è molto diverso, anche riferito alla prole, tra maschi e femmine, e questo vale per tutte le specie, inclusa la nostra.
Certo per motivi sociali si tende a negare questo fatto e a voler dimostrare che uomini e donne hanno lo stesso amore verso i figli, indipendentemente da qualsiasi fattore, ma non ci addentreremo su questo scivoloso terreno.

Quel che è invece certo è che solo le specie che allevano provano amore, anche verso i propri consimili. Chi non ha questo comportamento non ha neanche l’altro, poiché sarebbe del tutto inutile.
Nulla c’entrano quindi complessità del cervello, morale, concetti e quant’altro: il comportamento è la risposta a questo, per certi versi assurdo, modo di agire.

 

Antonio Meridda

laureato in scienze naturali, specializzato in etologia. Interessato al comportamento e alle relazioni degli animali di gruppo, ha applicato agli esseri umani le teorie scientifiche.

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