Quante volte ci hanno fatto questa domanda? In America si dice “se avessi avuto un penny per ogni volta, sarei milionario”.

Vogliamo quindi chiarire una volta per tutta cosa sono e soprattutto a cosa servono queste benedette microespressioni.

Partiamo dall’inizio. Due ricercatori molto abili e intelligenti, i dottori Ekman e Friesen, alla fine degli anni ’60 rispolverano un vecchio lavoro di un tale Duchenne, medico vissuto un centinaio d’anni prima. Grazie allo studio del dr. Hjortsjoe (sì, si chiama proprio così), che nel 1969 ha mappato con assoluta precisione tutti i complessissimi muscoli del volto umano con tanto di contrazioni e collegamenti, i due entusiasti e giovani studiosi testano parte per parte ogni singolo fascio muscolare. Il loro monumentale lavoro porta a uno studio del 1973 oggi celebre ma che al tempo non si filò nessuno: il F.A.C.S., cioè facial action coding system, cioè ancora sistema di codifica delle azioni facciali.

Questo sistema permette di analizzare i singoli muscoli, ma non contenti Ekman e Friesen cercarono un collegamento tra questo e le emozioni. Era possibile sapere cosa qualcuno prova o pensa PER DAVVERO con il metodo F.A.C.S.?

download (3)La risposta incredibile fu che sì, per alcune emozioni dette di base il F.A.C.S. funziona perfettamente! A questo punto – e grazie a una serie tv del tutto ridicola per applicazioni e risultati ma entusiasmante come dr. House, la famigerata LIE TO ME – i due diventano celeberrimi! Hanno svelato una volta per tutte cosa si sta realmente pensando, quindi la chiave della “verità” che celiamo di continuo dietro una maschera di bugie.

A parte l’iperbole però, i due non si fermano qui. Ekman, infervorato dalla scoperta, va oltre. Scopre le cosiddette microespressioni, che dovrebbero essere espressioni molto piccole, che compaiono per un frammento di tempo e che scompaiono alla stessa velocità.

Con esse, suppone lui, si può comprendere ogni minimo aspetto del pensiero altrui. E qui casca l’asino, ma così forte che a distanza di decenni c’è ancora il buco per terra. Le microespressioni infatti semplicemente non compaiono quasi mai. Quindi in definitiva non servono praticamente a niente!

E come sarebbe? E tutto questo can-can su di esse? E perché Google se digito “microespressioni” compaiono 31.900 risultati in italiano e addirittura 98.700 in inglese?

Il motivo è semplice: il nome è figo, attira, fa marketing e in Lie to Me le usano ogni 2×3. In sostanza sono un’enorme bufala, utili ai NON ESPERTI quanto è utile avere un teleobiettivo Sigma 300 mm -F/2.8-AF APO EX DG HSM per fare le foto del compleanno al nipotino di 4 anni.

Si è però evoluto un mercato di biechi sfruttatori che senza scrupoli mettono ovunque il termine suddetto, perché “acchiappa”. Sveliamo un segreto: se non si mette questa parola chiave non si va da nessuna parte nel modo del linguaggio del corpo, poiché tutti cercano proprio questa solenne e inutile boiata. E ogni volta che spieghiamo questo punto, cioè che le microespressioni non servono, obiettano “ah, ma allora non le sai fare?” e noi “sì, le sappiamo fare ma non ti servono perché bla bla bla”. Inutile come lavare la testa all’asino. Di nuovo lo sfortunato equino, simbolo ingiusto dei nostri modi di dire più negativi… Ok, andiamo avanti.

Come chiudiamo la trattativa? Poiché parte con “salve, vorrei imparare le microespressioni” e qualsiasi risposta possiamo dare non suona utile, in genere tagliamo corto con “certo! Le imparerai tutte, anche le più rare, garantito!”

download (4)Suggerimento: mettete il termine come parola chiave, ma se siete onesti almeno un po’, non usatele per farvi pubblicità diretta.

Sarebbe come vendere asini che volano.
Va bene, non ce la prenderemo più con gli asini, promesso!

 

 

Antonio Meridda

laureato in scienze naturali, specializzato in etologia. Interessato al comportamento e alle relazioni degli animali di gruppo, ha applicato agli esseri umani le teorie scientifiche.

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