La psicoanalisi e il setting psicoanalitico sono nati da una mutazione della pratica ipnotica, ma Roussilon (1997), andando più indietro nel tempo, ha trovato delle connessioni tra le strutture del setting ipnotico e le strutture del dispositivo-setting del magnetismo animale di F.A.Mesmer[ Mesmer, quando parla dei principi della sua dottrina enuncia l’esistenza di un fluido fisico che riempie l’universo e che si manifesta come un mezzo di connessione tra terra, corpi celesti e gli uomini stessi.

La malattia avrebbe origine dalla distribuzione non omogenea di tale fluido all’interno del corpo umano. Nel 1780 a Parigi, Mesmer definì un sistema di trattamento collettivo attraverso l’uso di un recipiente molto largo a forma di tinozza detto “Baquet”, il quale si supponeva concentrasse il fluido e lo facesse passare, ridistribuendolo da un paziente all’altro.

Si diceva che Mesmer poteva far convogliare il fluido per mezzo di certi movimenti della mano e degli occhi, senza toccare la persona (Roussilon, 1997).

Il legame tra Mesmer e Freud è chiaro, Mesmer parla di fluido, Freud di libido, per cui se la libido si fissa nell’organo, s’immobilizza in questo e può pervertirne il funzionamento.

E’ la sua fissazione che è traumatica e patologica, mentre la sua liberazione, la sua rimessa in circolo attraverso crisi catartica, è un chiaro simbolo di guarigione. Mesmer, analogamente, parlando del fluido afferma che il suo divenire non è fissarsi nell’oggetto, anzi, è proprio quando arriva a fissarsi che il fluido rende malati.


Il magnetismo permette la ripresa del transito che rilancia la fluidità, la canalizza e le offre un modo di scaricare il suo troppo pieno.

I punti di fissazione sono certo dei punti d’accumulazione, di condensazione d’attenzione – nel corpo o nel pensiero – ma sono soprattutto dei punti d’arcaismo, delle norme inconsapevoli d’attaccamento al passato, una forma di memoria inconscia di sé, memoria di suggestioni passate, di stato ipnotico o anteriore. Il tempo non circola più liberamente all’interno del soggetto, non transita indipendentemente nel suo baquet di storia, perché certi momenti si sono fissati a causa di eccessive quantità energetiche accumulate (Roussilon, 1997). ].

Nella tecnica psicoanalitica classica, la suggestione è usata solo per indurre il paziente a rendersi conto che può esser aiutato e che può ricordare.
Nel 1907 a proposito dell’esposizione del caso “dell’uomo dei topi”, Freud enuncia chiaramente il metodo della libera associazione, la tecnica dell’analisi cambia, l’analista non cerca più d’ottenere il materiale che interessa a lui stesso, ma permette al paziente di seguire il corso naturale dei suoi pensieri.

Lo stato di vigilanza trovato, dovrà accettare di sospendersi, e la sospensione della vigilanza era proprio un effetto dell’illusione del potere ipnotico (Roussilon, 1997).

Essa passerà sotto il controllo dell’Io, e la vigilanza mantenuta, il rifiuto di dire la prima cosa, diventerà resistenza.

La resistenza “a dire” passerà in seguito sotto il controllo dell’Io.

Il setting analitico per Freud non diventa solo un modo per rendere analizzabile un processo, esso narra l’analisi stessa, e nel 1913, egli indica chiaramente che il processo psicoanalitico della cura appare non separabile dalle condizioni del suo setting. Il processo si svolge solo se addomesticato da un certo tipo di situazione-quadro, rendendolo così analizzabile.

Volendo fare della traslazione e del suo sviluppo la differenza essenziale tra la psicoanalisi e tutte le altre psicoterapie, la tecnica psicoanalitica può esser considerata l’unico metodo psicoterapeutico in cui una regressione infantile è indotta in un paziente, analizzata, elaborata e, infine, risolta.

Con Freud, la messa in parole del ricordo energicamente ed affettivamente carico e la sua materializzazione nelle parole è ciò che permette al soggetto di cogliere il proprio lavoro, di renderselo percettibile ed è questo che dà realtà alla vita psichica del pensiero, così la terapeutica trae la propria efficacia da una nuova modalità di materializzazione: la messa in parole, che nella situazione terapeutica permetterà al paziente un nuovo apprendimento della realtà e del suo funzionamento psichico.

Il sistema della memoria deve sdoppiarsi: da un lato deve conservare la traccia tale e quale, dall’altro deve portare una traccia della simbolizzazione, farsi rappresentante del primo (Roussilon, 1997).

E’ come se si scrivessero due storie, quella delle esperienze brute, non domate, e non trasformate nel loro contenuto, e quelle della rappresentazione da parte dell’Io di queste esperienze brute, storia non più del soggetto, ma del lavoro dell’Io.

All’interno del setting tendono a convergere i molti vissuti che terapeuta e paziente hanno sperimentato nel tempo passato, le loro più varie esperienze e l’influenza di culture diverse.
La distanza tra loro deve essere ridotta fin dall’inizio per permettere il formarsi di uno spazio potenziale comune, una realtà condivisa, meglio definita come alleanza terapeutica, che dia l’avvio ad identificazioni reciproche (Suman, Brignone 2001).

Lo scopo dell’incontro non dovrebbe essere inteso come uno svelamento delle fantasie inconsce nel senso di una loro segnalazione o interpretazione al paziente, ma quello di trovare delle formulazioni che coinvolgano la persona reale, consentendole di fare una nuova esperienza relazionale.

L’incontro dovrebbe fornire, cioè, una situazione che sia capace di riorganizzare gli elementi offerti dal racconto e dalle emozioni del paziente, permettendo l’ingresso di nuovi significati.
I fattori terapeutici del primo incontro sembrano connessi oltre che alla specificità del setting, alla capacità del terapeuta di prestare attenzione alle fantasie che fin dall’inizio vanno a formare il transfert e il contro-transfert ed alle reazioni del paziente alle prime formulazioni interpretative, ma ciò che permette davvero di creare una relazione è, dalla parte del paziente la sua urgenza di comunicare e, dalla parte del terapeuta, la capacità di provare un reale interesse per la persona del paziente, per le vicende della sua storia passata e presente.

In questa prospettiva è chiaro che la psicoterapia inizia fin dal primo incontro a prescindere dalla sua successiva prosecuzione (Suman e Brignone 2001).

Nel setting è prevista la minor presenza possibile delle manifestazioni della realtà dell’analista come persona, ed una riduzione dell’agire a zero (idealmente) da parte dell’analista, e al minimo possibile per quanto riguarda il paziente (Canestrari 1984). Meltzer dichiara che la stabilizzazione e il mantenimento del processo analitico si realizzano attraverso la creazione del setting, di una situazione dove possono esprimersi i processi di transfert, e sottolinea la parola “creazione”, perché è necessario, da parte dell’analista, un costante lavoro di scoperta, per modulare l’ansia e per minimizzare le interferenze (Meltzer, 1967 citato in Di Chiara, 1973).

La modulazione dell’ansia è realizzata attraverso il setting, che consente di realizzare un’esperienza di transfert in una condizione in cui questa non si imbatte in un’attività controtransferale, ma solo in un’attività analitica, e cioè, nella ricerca della verità.

I segreti del setting sono la stabilità e la semplicità; il materiale comunicato dal paziente compare come risposta al comportamento dell’analista, che cercherà di favorire l’espressione del mondo fantasmatico, il processo psicoanalitico, e l’ascolto comprensivo, riducendo al massimo le variabili indotte dalla realtà esterna (Hautmann G., 1974, citato in Canestrari, 1984).
Il setting va visto anche come una modalità esterna, uno stare insieme di due persone, cioè un legame d’amore e odio o semplicemente di conoscenza.
Le potenti dinamiche di amore/odio, infatti, sono trasformate dall’analista, in una formulazione portatrice di conoscenza.
Il concetto di Bion (1967, 1970) di “contenuto”, può soccorrerci nella comprensione del setting.

Fino a quando il paziente non intende e condivide il setting, egli non è in grado di dare un contenitore ai propri contenuti, di costituirsi cioè, come contenitore del proprio mondo psichico.

In senso figurato, “setting” significa ciò che circoscrive uno spazio, una scena, ma anche spazio e scena insieme, esso limita il movimento, impone una costrizione, è un “quadro” che confina o limita una realtà astratta.

All’interno di questo quadro si viene a delineare come un codice di comportamento, dove il regolare, o negoziare, la relazione, contribuisce a dare un senso al discorso che contiene; un contenitore che aiuta il terapeuta a concentrarsi sui bisogni del paziente (Ponsi, 2001).
Carere (2001) afferma che “Il “quadro” è l’insieme di regole al cui interno la relazione è regolata o negoziata, ma il quadro a sua volta deve essere negoziabile (le regole hanno bisogno di libertà), in funzione della specificità e della singolarità della situazione e dei bisogni.

Un setting non negoziabile è un setting che non deriva da un accordo responsabile dei soggetti coinvolti, ma è calato dall’alto, espressione di nient’altro che di una dogmatica istituzionale. La libertà senza regole è anarchia, le regole senza libertà sono dogmi. Il ripristino di una corretta dialettica tra regole e libertà permette di evitare entrambi questi perniciosi estremismi” (Carere, 2001).

Nelle sue funzioni, il setting a volte mette in risalto ciò che contiene, a volte arriva fino a sostenerlo e modellarlo, e applicato alla situazione psicoanalitica, il termine setting profila, grazie anche alla molteciplità delle sue forme e funzioni, un concetto dinamico.

Il setting nasce non solo dall’abbandono della suggestione, ma anche dalla messa al riparo da ogni possibilità di seduzione. Il setting psicoanalitico si presta a tutte le ripetizioni, del resto è lì il suo interesse.
“…Il setting non è una ri-presentazione, anche se può simbolizzare la cosa psicoanalitica, rappresentare la rappresentazione, ma è la cosa necessaria perché il transfert possa essere riafferrato come rappresentazione, come mira rappresentativa” (Roussilon, 1997, p.226).

E’ sopratutto nel transfert, quando paziente e analista vivono il passato, attualizzato nella relazione, che il paziente si identifica con i suoi sentimenti (di odio, di amore, etc.) verso il terapeuta e non intende più esaminarli come un rimasuglio del passato; ed è allora che il terapeuta, nel suo controtransfert, rischia di rifiutare inconsciamente il paziente (Benedetti, 1995).

Questo, dell’attualizzazione del passato, è, fra l’altro, uno dei grandi strumenti della psicoanalisi; poiché non si potrebbe agire su un passato ormai definito, e interiorizzato, divenuto fondamento della personalità, se non incontrandolo all’interno del setting, nell’attualizzazione del transfert, da un canto, e nella vita onirica dall’altro (Benedetti, 1995).

 

Esistono aspetti del setting, che vari autori (Carau e altri 1996) individuano essenziali, come:
1.L’aspetto costitutivo, che vede il setting come fondamentale nel trattamento analitico
2.L’aspetto formale, comprendente tutti gli accorgimenti tecnici dal lettino, all’orario, al pagamento ecc. come configurazione spazio-temporale che non può esaurirsi nell’aderire a delle sole regole precostituite, ma ha senso solo se è integrato con un terzo aspetto,
3.L’assetto mentale dello psicoanalista.

Il concetto di setting deriva dalla situazione analitica ed al contempo la struttura, quale dispositivo unitario e globale. Come indica anche Carau (1996) i singoli elementi, presi individualmente, significano poco o nulla, perché il setting non rappresenta la sommatoria dei singoli elementi, ma a volte si trasforma da sfondo di una Gestalt, in figura, vale a dire in processo. Ma anche in quest’eventualità non è uguale al processo in sé della situazione psicoanalitica, perché qualora il setting venisse violato, le interpretazioni dell’analista tenderanno sempre a mantenerlo e ristabilirlo. (M.G. Fusacchia, 2001)

Il setting è il luogo del transfert, quindi ogni volta che vi si stabilisce una variazione anche se di un singolo elemento, questa induce un cambiamento nella relazione, con tutte le implicazioni a livello transferale/controtransferale.

Spesso riveste il ruolo di holding, di barriera protettiva, evocando quelle funzioni delle cure materne che contengono il vero sé potenziale, tenendo al riparo il paziente da un eccessivo afflusso d’eccitazione, il cui effetto è la frammentazione del suo Io.

L’attività dell’analista all’interno del setting non è quella di braccare e smascherare un soggetto che, governato dal principio del piacere, fa di tutto per evitare il confronto con la realtà, al quale invece l’analista implacabilmente lo riconduce.

Articolo tratto dal libro: L’adolescente in psicoanalisi, di Fabio Pandiscia – Ediz Psiconline

Al contrario, la funzione dell’analista è quella di rendersi ricettivo alla comunicazione del paziente, permettendogli di dirgli (attraverso le libere associazioni) quello che ha bisogno di dirgli, e non di ingabbiarlo in interpretazioni preconcette che riproducono in modo autoreferenziale la teoria del terapeuta (Carere, 2001).

Il setting e il comportamento dell’analista così, hanno un’influenza sul paziente che per dirla con le parole di Gill (Gill, 1984 citato in Masina, 2000 pag.15) “..varia da un grado minimo ad un grado massimo, sulle manifestazioni degli schemi dell’interazione interpersonale, schemi potenzialmente organizzati a livello intrapsichico e che, in questo senso, influiscono sul transfert. Senza questa concezione del transfert, il setting e il comportamento dell’analista possono diventare veicoli di una suggestione involontaria che, se non viene controllata, esercita degli effetti che non possono essere riconosciuti o corretti”.

L’importanza di dare attenzione alla relazione analitica è stata più volte ripresa e sostenuta da molti autori (Modell, Gitelson) perché si verifica spesso, specie nelle prime sedute, che il paziente pratichi una sorta di sondaggio sul terapeuta, con lo scopo di classificarlo e scoprire che tipo di rapporti siano possibili con lui.

Il paziente esamina le caratteristiche dell’analista in quanto oggetto, valutando la stabilità, la prevedibilità, e l’affidabilità della situazione analitica per decidere, poi, quanto investirvi.

Di conseguenza l’alleanza terapeutica si forma lentamente ed è sempre precaria, manca cioè quella solida base dalla quale procedere all’analisi delle resistenze, che rende il trattamento sempre aleatorio (Masina,2000) provocando interruzioni del setting. L’espressione “situazione analitica” è usata spesso da molti autori al posto di “Setting” perché come rivela Bleger (1966) la prima è onnicomprensiva, include cioè tutti i fenomeni della relazione terapeutica tra analista e analizzando, mentre il setting può indicare alcune precise condizioni del trattamento, che tendono a restare virtualmente costanti.

Il setting corrisponde quindi alle costanti di un fenomeno, di un metodo o di una tecnica, e si diversifica in questo modo anche dal processo psicoanalitico, che è descrivibile come un insieme di variabili, e non di costanti.
Un processo può esser studiato solo se si mantengono le stesse costanti, così nel setting includiamo anche il ruolo dell’analista, l’insieme dei fattori spazio temporali e parte della tecnica (fissazione e mantenimento degli orari,

onorario, interruzioni regolate ecc). Tutte le costanti che troviamo all’interno del setting, servono a:

1.Instaurare una condizione d’isolamento, per protezione dalla realtà esterna.

2.Mantenere una condizione di sospensione dell’azione, perché possa emergere una più intensa produzione emozionale e psichica.

3.Arginare eventuali irruzioni della realtà interna del paziente, fornendogli un ambiente di holding.

 


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L’ADOLESCENTE IN PSICOANALISI

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L’adolescente in psicoanalisi:  Fabio Pandiscia

  • Tipo: Libro
  • Pagine: 190
  • Formato: 15×21
  • Anno: 2009

L’adolescenza è un percorso di sperimentazione, riorganizzazione ed integrazione dello sviluppo psicologico precedente, che ora è visto in un contesto nuovo, di maturità sessuale fisica. Quando all’interno del setting psicoanalitico abbiamo a che fare con pazienti adolescenti, le difficoltà che si possono incontrare non sono poche.

L’adolescenza può essere vissuta come organizzante o disorganizzante, o può anche passare in certo qual modo sotto silenzio. In quest’ultimo caso non ci sarà una “crisi” adolescenziale propriamente detta e se questa “assenza” va al di là delle apparenze, ciò non potrà che essere di cattivo auspicio ai fini dell’ulteriore rimaneggiamento dell’apparato psichico, anzi, sarà un segno indicativo chiaro della cattiva qualità dell’organizzazione psichica precedente.

Se al contrario l’adolescenza si dichiara, possono presentarsi varie eventualità più o meno feconde. Quando l’adolescenza viene saltata, assistiamo ad uno stato senza tempo dove la personalità resta bloccata in una situazione che ripete all’infinito dei tentativi angoscianti, che cercano di imitare i processi adolescenziali senza riuscire ad elaborarli e superarli; sono, queste, situazioni che alcuni autori hanno definito con l’espressione: “adolescenza interminabile”.

E’ importante allora che l’analista non tenti di “forzare” l’analisi verso una terminazione prematura o verso un prolungamento, e dare alla richiesta di aiuto dell’adolescente un carattere di urgenza, ma allo stesso tempo lasciare a lui ogni decisione sul proseguimento o no del trattamento, perché bisogna sempre preservare la possibilità di dare all’esperienza dell’analisi il valore di un vissuto sufficientemente buono, per mantenere così la possibilità di un eventuale ritorno in un tempo e un luogo che il giovane avrà fatto suoi. 

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Fabio Pandiscia

Dott. in Psicologia,Autore di vari libri sul linguaggio del corpo e PNL, Master Trainer PNL, Codificatore FACS, METT Advanced, Mix2, affiliato Humintell in Italia.
Fondatore di Formae Mentis Group
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