Dopo lo stato di “quiete”, caratteristico della latenza, subentra la pubertà, che porta con sé, anche bruscamente, una riorganizzazione psichica accompagnata da inquietudini che riguardano la propria identità e danno una “scossa” alle identificazioni precedenti.

La preadolescenza introduce e segnala una serie di cambiamenti che riguardano differenti aree, tra le quali:

  1.  Le trasformazioni corporee e dello sviluppo sessuale che influenzano la percezione di sé e degli altri
  2.  I cambiamenti affettivi dovuti ad un progressivo distacco dalle figure di attaccamento
  3.  I cambiamenti cognitivi dovuti al subentrare di un funzionamento mentale più maturo, quale quello del pensiero formale, che permette di riflettere sui propri processi mentali

adolescLa ricerca di un gruppo di pari, che serve a svolgere un ruolo decisivo proprio in questa prima fase dell’adolescenza (Tambelli, 1999).

E’ interessante osservare come i complessi cambiamenti che si avviano già nel preadolescente possono influenzare specificamente l’organizzazione dei modelli di relazione familiare.

Anche gli oggetti della fantasia infantile sono rimpiazzati da oggetti della realtà; i genitori precedentemente idealizzati, sono gradualmente sostituiti dal gruppo dei coetanei. Il distacco dal modo infantile di vedere la realtà è avvertito in maniera concreta, come se questo servisse a rendere l’adolescente libero da qualcosa che lo tiene legato al passato, con il dubbio e l’incertezza che la dipendenza affettiva e morale dai genitori viene profondamente incrinata (Tambelli, 1999).

Come la prospettiva psicoanalitica ha sottolineato, le dinamiche intrapsichiche della fase preadolescenziale evidenziano l’aspetto di conflittualità nella relazione tra genitori-figli in relazione al processo di disinvestimento degli oggetti d’amore, reso più intenso dalle spinte sessuali della pubertà e dalle conseguenti emozioni e comportamenti ad essa collegati (A. Freud, 1936 citata in: Tambelli R., 1999).

Le teorie sistemico-relazionali, invece, hanno esteso gli studi all’interno di un quadro più ampio, infatti hanno considerato la pubertà nei suoi aspetti regolativo-comportamentali, soffermando l’attenzione sulle dinamiche e sulle risposte adattive del sistema familiare al cambiamento indotto dalla crescita del figlio, enfatizzando il tema dello svincolo emozionale, affettivo e fisico del giovane nella famiglia (Tambelli, 1999).

L’estremo carattere di indefinitezza dell’adolescenza, la sua complessità e transitorietà sia sul piano individuale che familiare, rendono la patologia che insorge in questa fase estremamente articolata e pertanto difficilmente affrontabile se si considera solo la componente individuale o solo quella familiare (Ferraris, Nicolò, 1991).

Tuttavia la patologia che insorge in questa fase, non presentando nella maggior parte dei casi un carattere strutturato e di cronicità, può evolvere in una situazione in cui il sintomo acquista un significato evolutivo.

psicoanlAd esempio, i tentativi di suicidio in questa fase, se adeguatamente collocati in una visione che contemporaneamente coinvolge tutti gli aspetti del problema, possono considerarsi come tragici acting out che possono rientrare, proseguendo poi l’adolescente nel suo sviluppo normale, oppure si possono strutturare in una condizione di grave patologia (Ferraris, Nicolò, 1991).

Comunque sia, potrebbe rivelarsi estremamente dannoso formulare diagnosi categoriche in questo periodo della vita così diverso da ogni altro, dove tutto è ancora in discussione.

L’adolescenza si distingue dalla pubertà, perché non è un fenomeno biologico, ma una realtà prevalentemente culturale e quindi soggetta a tutte le trasformazioni legate al volgere della storia e al mutare dei costumi (Longo, 2001).

L’adolescente avverte la tensione dovuta alla trasformazione di tutto quello che accade dentro e fuori di lui, e di conseguenza, percepisce dentro di sé la compresenza conflittuale di varie componenti, tra le quali troviamo le nuove scoperte, e le esigenze adulte, frammiste ai bisogni e desideri ancora infantili.

Il divenire adulti significa proseguire quel processo di costruzione dell’identità individuale iniziato fin dalla primissima infanzia, acquisendo una chiave di lettura della realtà che permetta la piena realizzazione di sé e la capacità di relazionarsi con gli altri, ma significa anche acquisire nuove conoscenze sociali relative ai ruoli e posizioni che si andranno a ricoprire.

Il percorso che l’adolescente deve perseguire per entrare nel mondo adulto è caratterizzato, dunque, da cambiamenti che interessano tutti gli aspetti della vita e che coinvolgono in un processo di co-individuazione tutti i membri del sistema famigliare (Vicini, Gatti, 1999).

 

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L’adolescente si trova a dover gestire una situazione paradossale, in cui considera ciò che lo dovrebbe portare verso una maturità psicologica, come un qualcosa che invece lo intimorisce e lo porta indietro nel tempo; per sua natura egli rifiuta di retrocedere con il comportamento e con il modo di pensare al tempo dell’infanzia, dove predominava la dipendenza dai genitori, perché ora necessita di trovare un senso di indipendenza, proprio da quelle persone che fino a questo momento si sono occupate di lui

Capita, a volte, che questo ritorno ad uno stato di dipendenza si rende necessario, anche se per un tempo variabile. I passi indietro sono necessari per prendere la rincorsa e superare gli ostacoli che gli si pongono davanti.

Queste situazioni paradossali sono state descritte anche da Meltzer (1979), quando parla di crisi d’identità adolescenziale.

Egli mette in luce come il comportamento dell’adolescente si muova, alla ricerca della stabilità, in quattro direzioni:

1. indietro, verso l’esser bambino.

2. avanti, verso l’esser adulto .

3. all’interno, nel mondo dei coetanei.

4. all’esterno, in posizione d’isolamento.

L’adolescenza occupa uno spazio-tempo di transizione, animato dal fluire di movimenti di trasformazioni, di metamorfosi, crisi, e ciò pone tale ciclo vitale come uno dei più creativi della vita. D. Meltzer (1979) parla di un mondo adolescenziale abitato da una moltitudine di eventi felici e infelici, compreso tra l’instabilità del periodo di latenza e la vita adulta e tale instabilità si gioca nella dialettica tra mondo interno e mondo esterno ed è pertanto un’età essenzialmente mentale.

Il trauma adolescenziale è considerato come il prodotto di un’esperienza traumatica originale, rappresentata per Freud dal tentativo del soggetto di elaborare, padroneggiare e sbarazzarsi a posteriori delle masse di stimoli che hanno fatto irruzione nell’apparato psichico, attraverso lo scudo protettivo dell’Io, per trasformare l’angoscia che ne deriva (Biondo, 2001).

In adolescenza, il ragazzo diventa consapevole degli affetti alternanti e distruttivi del legame collusivo con la madre, favorendo una reazione di drammatico rifiuto della stessa e di tutti gli investimenti di cui essa l’aveva fatto oggetto in passato, con la conseguenza che l’integrazione della sua personalità comincia a divenire difficile.

La specificità dell’adolescenza consisterà quindi nel rimettere in gioco, per necessità, l’articolazione fra gli investimenti narcisistici e quelli oggettuali (Laniso, 2002) e se dovrà esserci, la richiesta di aiuto al terapeuta non arriverà quasi mai dal ragazzo stesso, piuttosto è una scelta dei genitori, parenti, o insegnanti dell’adolescente.

Questi hanno trovato in lui dei comportamenti aggressivi, depressivi o bizzarri, tali da richiedere un intervento esterno, come quello terapeutico, anche se è da ritenersi naturale che egli metta in gioco delle condotte, dei comportamenti volti a gestire e a controllare la relazione con se stesso e con i suoi oggetti d’investimento.

 

 

 

L’Io dell’adolescente è in una situazione di vulnerabilità particolare, perché è già organizzato per avere coscienza della sua autonomia, ma è ancora paralizzato a causa dell’assenza di maturità, infatti deve fronteggiare una mobilitazione eccezionale dei desideri, spesso contraddittori, quindi misurarsi con una ambivalenza nuova e difficile da tollerare: desideri sessuali per oggetti nuovi che però riattualizzano la situazione edipica; desideri di autonomia, di affermazione di sé, ma anche di regressione verso legami e affetti dell’infanzia.

Il trauma adolescenziale, per molti autori, non trova contenimento all’interno di un setting psicoanalitico classico e la figura del terapeuta sovente risulta invasiva per l’adolescente, che può dar luogo a pericolose interruzioni dell’analisi.

In seguito, spesso, si assiste ad una ripresa del trattamento, proprio da parte di quei ragazzi che nella loro adolescenza erano stati sottoposti ad analisi e che poi, per qualche motivo, hanno interrotto (Miller, 1990).

 

adolescente_in_psicoanalisiEstratto dal libro: L’adolescente in Psicoanalisi –  edizioni Psiconline.

  • Tipo: Libro
  • Pagine 190
  • Formato: 15×21

Di cosa parla: L’adolescenza è un percorso di sperimentazione, riorganizzazione ed integrazione dello sviluppo psicologico precedente, che ora è visto in un contesto nuovo, di maturità sessuale fisica. Quando all’interno del setting psicoanalitico abbiamo a che fare con pazienti adolescenti, le difficoltà che si possono incontrare non sono poche.

L’adolescenza può essere vissuta come organizzante o disorganizzante, o può anche passare in certo qual modo sotto silenzio. In quest’ultimo caso non ci sarà una “crisi” adolescenziale propriamente detta e se questa “assenza” va al di là delle apparenze, ciò non potrà che essere di cattivo auspicio ai fini dell’ulteriore rimaneggiamento dell’apparato psichico, anzi, sarà un segno indicativo chiaro della cattiva qualità dell’organizzazione psichica precedente. Se al contrario l’adolescenza si dichiara, possono presentarsi varie eventualità più o meno feconde. Quando l’adolescenza viene saltata, assistiamo ad uno stato senza tempo dove la personalità resta bloccata in una situazione che ripete all’infinito dei tentativi angoscianti, che cercano di imitare i processi adolescenziali senza riuscire ad elaborarli e superarli; sono, queste, situazioni che alcuni autori hanno definito con l’espressione: “adolescenza interminabile”.

E’ importante allora che l’analista non tenti di “forzare” l’analisi verso una terminazione prematura o verso un prolungamento, e dare alla richiesta di aiuto dell’adolescente un carattere di urgenza, ma allo stesso tempo lasciare a lui ogni decisione sul proseguimento o no del trattamento, perché bisogna sempre preservare la possibilità di dare all’esperienza dell’analisi il valore di un vissuto sufficientemente buono, per mantenere così la possibilità di un eventuale ritorno in un tempo e un luogo che il giovane avrà fatto suoi.

 

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Fabio Pandiscia

Dott. in Psicologia,Autore di vari libri sul linguaggio del corpo e PNL, Master Trainer PNL, Codificatore FACS, METT Advanced, Mix2, affiliato Humintell in Italia.
Fondatore di Formae Mentis Group
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