A cosa serve il linguaggio?
Domanda a trucco: a comunicare.
Giusto?
In parte sì.
Partiamo dalle basi: è sicuro e risaputo che le donne comunicano meglio degli uomini.

Questo avviene per motivi evolutivi, cioè per l’assurdamente negata differenza di genere che ci contraddistingue.

Gli uomini cacciatori e le donne raccoglitrici, per dirla in parole semplici.
L’evoluzione del linguaggio umano quindi avrebbe portato gli uomini a servirsi della parola per coordinare la caccia e alle donne per costruire relazioni.

E qui casca l’asino, e anche di brutto.download (4)

Infatti chiunque abbia una vaga idea di come si svolge una caccia sa che meno si parla e meglio è.
Gli unici cacciatori che comunicano davvero durante la caccia sono i lupi, e questo perché l’ululato riempie di terrore il cuore delle prede e quindi le rende più semplici da catturare.

Leonesse, ghepardi, gatti non fanno alcun rumore, si appostano e attaccano.
Quando l’azione è coordinata, ad esempio tra le leonesse, la comunicazione è fatta di gesti e segnali, non certo ruggiti che allarmerebbero la vittima designata.

Così vale anche per gli esseri umani o per le scimmie.
Infatti se andiamo a vedere come cacciano babbuini e scimpanzé notiamo ancora una volta che la comunicazione è minima e fatta di gesti.

Non che le scimmie non sappiano comunicare in altro modo, semplicemente la caccia NON richiede che ciò avvenga.

Chi ha supposto che il linguaggio avesse un fine pratico?
Gli uomini ovviamente. Ma non perché ciò sia vero, solo che questo è l’unico modo in cui lo concepiscono: dico a qualcuno di fare qualcosa e l’altro capisce. Questa è l’essenza del linguaggio per gli uomini. Ma così non è, almeno per la razza umana.

Quindi lo scopo “finalistico” del linguaggio è smontato.
Vale al contrario l’aspetto “relazionale”.
Il linguaggio si è evoluto tra le donne e per il motivo già detto di costruire relazioni.

Gli uomini, non avendo questo scopo come primo (a volte neppure come terzo) non sono per niente bravi a farlo e quindi da sempre cercano un “fine ultimo” che giustifichi le proprie azioni.

Come sappiamo che parlare serve per prima cosa a scambiare emozioni e NON informazioni?
Proprio per la sua assurda complessità.

Se servisse in primo luogo a comunicare non avrebbe bisogno di sinonimi, frasi fatte, modi di dire che pure abbondano in qualsiasi cultura, ma sarebbe al contrario asciutto ed essenziale, come avviene ad esempio tra le formiche, che pure comunicano in modo eccellente, ma senza sbavature.

Le formiche possono comunicare le une con le altre:
-dove si trova da mangiare
-cosa si è trovato
-come arrivare al cibo
-se c’è un pericolo
-di che pericolo si tratti
-come gestire le larve
-come coordinare un attacco
-come respingere un attacco

formiche-tagliafoglie-fungo

Lo fanno perfettamente bene da circa 100 milioni di anni, e non è mai servita un’evoluzione superiore, perché il linguaggio deve essere semplice.

Immaginiamo una formica che dice all’altra “fuoco!
Spegnere subito!”.
Il messaggio e chiaro e subito eseguito (per chi non lo sapesse, le formiche estinguono il 90% dei fuochi che si originano nei boschi, quelli naturali ovviamente e non messi con la benzina).
Se invece la formica dicesse all’altra “credo sia scoppiato un incendio, e ciò mi porta ad avere timore. Immagina se arrivasse fin qui!
Sarebbe una vera tragedia, senza considerare che ci stiamo proprio bene e non ho voglia di traslocare, con tutti i guai che comporta…”.
Il messaggio non è più né rapido né efficiente.

Quale dei due “calza” meglio agli uomini?
Probabilmente è superfluo specificarlo…

Le parole e il linguaggio quindi si è originato di certo da una comunicazione di base (“vieni qui”, “pericolo”, “attenzione”, “aiuto”, “vattene via”) ma si è poi evoluto circa 80.000 anni fa, quando la specie umana ha iniziato a formare gruppi complessi e le femmine a intessere relazioni tra loro.

La comunicazione maschile ha subito solo in parte questa evoluzione, in quanto essendo cacciatori non ne hanno mai avuto un gran bisogno.
Per loro, “sì” e “no” rispondono al 99% delle domande.

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Antonio Meridda

laureato in scienze naturali, specializzato in etologia. Interessato al comportamento e alle relazioni degli animali di gruppo, ha applicato agli esseri umani le teorie scientifiche.

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